Imposta di bollo conto depositi

La scelta di un conto deposito deve essere ponderata con la massima attenzione. Sul mercato, infatti, vengono proposti ai potenziali clienti come conti deposito prodotti che, dal punto di vista commerciale, sono simili, ma che dal punto di vista contrattuale possono essere ricondotti a fattispecie differenti. La natura giuridica di ogni conto deposito, infatti, è delineata dalle clausole contrattuali che lo contraddistinguono, come conto corrente ordinario, come libretto di risparmio o, come avviene nella maggior parte dei casi, come deposito di risparmio. Anche in base alla qualificazione del rapporto definita nel contratto l’imposta di bollo cambia. Come detto, la forma più diffusa del conto di deposito lo avvicina a un contratto di deposito a risparmio. Si tratta di una qualificazione contrattuale che ha fatto sì che il bollo, fino al 31 dicembre del 2011, venisse assolto nella quota unica di un euro e 81 centesimi per ogni comunicazione periodica inviata al cliente (come stabilito dalla risoluzione delle Entrate 15 del 2009). Tale imposta, per altro, veniva addirittura esclusa nel caso in cui la movimentazione del conto deposito venisse eseguita unicamente in contropartita in relazione a un conto corrente di appoggio sottoscritto con la stessa banca (come stabilito dalla risoluzione delle Entrate 160 del 2005). Gli istituti di credito che intendevano ottenere sull’importa di bollo il massimo risparmio possibile hanno optato per questo tipo di soluzione.

Tutte queste opzioni, evidentemente convenienti per il cliente, sono state annullate, a partire dal primo gennaio del 2012, con l’introduzione dell’imposta di bollo proporzionale, che impone al cliente un pagamento (nel 2012 era pari allo 0,1 % del capitale depositato, nel 2013 è diventato pari allo 0,15 %), fissato entro un limite minimo (34 euro e 20 centesimi) e un limite massimo (1200 euro) che fa sì che la gestione di un conto deposito non possa essere più considerata a costo zero.

Se, dunque, fino al 2011 gli eventuali costi di bollo erano, nella maggior parte dei casi, a carico delle banche stesse (che comunque avevano la possibilità di scegliere se addebitare la spesa ai clienti), a partire dal 2012 gli istituti di credito hanno deciso quasi unanimemente di far sì che spettasse ai clienti pagare l’imposta. Questo cambiamento, per altro, ha indotto molti clienti a trasformare i conti deposito in conti correnti comuni (eventualmente vincolati). In questo momento, non solo gli investitori ma anche il fisco giudicano come strumenti di investimento i depositi postali e bancari: è per questo motivo che è stato introdotto il bollo proporzionale. Dal punto di vista della clientela, dunque, non conviene più depositare somme relativamente basse (ipotizzando un interesse lordo del 4 % ogni anno, quanto può risultare utile depositare mille euro sapendo che 34.20 euro saranno sottratti per l’imposta di bollo?). C’è il rischio, dunque, che almeno per una certa fascia il conto deposito abbia perso l’attrattiva che poteva avere fino a due anni fa. Ne valeva la pena?

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